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Biografia

Alla quinta votazione, deludendo ogni previsione dell’accesissimo Toto-Papa dei giorni scorsi, il Conclave ha scelto, e pare che i cardinali stavolta “siano andati a prendere il successore di Pietro, quasi alla fine del mondo”. Con queste parole e con un sorriso denso di commozione, si è affacciato su una Piazza San Pietro esultante e stracolma l’ormai ex-cardinale di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, il “prete dei poveri”, com’è già stato definito, avendo a lungo operato e predicato tra gli ultimi della periferia della capitale argentina.

E certamente non è casuale la scelta del nome “Francesco”, un nome che rimanda immediatamente alla figura di San Francesco di Assisi e la via della povertà che ha disegnato: un nome che richiama l’amore per i poveri, la semplicità, la condivisione più profonda con gli ultimi e il senso del perdono. La scelta di questo nome allude quindi a una forte volontà di umiltà e carità, che sembra già voler aprire le porte a qualcosa di nuovo, a un vento di rinnovamento di cui oggi senz’altro la Chiesa, sempre più adombrata da scandali – dalla pedofilia a Vatileaks ‒ e da una mondanità eccessiva, ha bisogno.

Ma se il nome sembra essere il segno più eclatante di questo nuovo messaggio di umiltà di cui Papa Francesco pare voler farsi ambasciatore, ci sono stati altri segnali che hanno puntato dritto al cuore dei fedeli, nei primissimi momenti del suo Pontificato.

A molti, infatti, non è sfuggito il crocifisso che indossava sul petto al momento della presentazione in pubblico: non era dorato, come vorrebbe la tradizione, ma fatto di grezzo, semplice metallo. “Vescovo e popolo. Popolo e Vescovo”: così ha ridefinito il dialogo con i suoi fedeli Papa Francesco, che non ha mai usato l’appellativo “Papa”, ma quello di “Vescovo di Roma”, per autodefinirsi. Con un lungo momento di silenzio ha cementato un potente dialogo con le migliaia di persone che erano venute a salutarlo da ogni parte d’Italia e del mondo e che lo stavano seguendo dalla tv, dalla radio e attraverso le “nuove tecnologie”, come lui stesso le ha definite.

“Umile tra gli umili”, Papa Francesco si è immediatamente messo allo stesso livello dei fedeli con semplicità e familiarità, chiedendo innanzi tutto a loro di intercedere per lui davanti a Dio.
Quando poi è uscito dalle sale vaticane, non l’ha fatto con l’auto ammiraglia, ma con una comune berlina. D’altra parte, il suo motto pontificio è “Miserando atque eligendo”, la frase è stata pronunciata da Gesù che guardò il pubblicano peccatore e lo scelse come suo fratello.

Ma la scelta di Jorge Mario Bergoglio deve essere letta anche un segnale forte da parte della Chiesa Cattolica che per la prima volta nella storia ha indicato come successore di Pietro, un gesuita.
Umile al fianco degli ultimi. Oggi come ieri, dunque, quando era sacerdote prima e cardinale poi a Buenos Aires, dov’è nato nel 1936. Di origini piemontesi, studia e si diploma come tecnico chimico, ama ballare il tango e ha una fidanzata, prima della scelta del sacerdozio. Dopo gli studi umanistici e una laurea in Filosofia, nel dicembre 1969 è ordinato sacerdote e nel 1973 fa la sua professione perpetua. Nel 1992, Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires e, il 28 febbraio 1998, lui ne diventa arcivescovo.

Oppositore da sempre del lusso e degli sprechi (ha vissuto in un modesto appartamentino e per spostarsi usa i mezzi pubblici) quando fu ordinato cardinale nel 2001 da Papa Wojtyla, obbligò i suoi compatrioti che avevano organizzato raccolte fondi per presenziare alla cerimonia di Roma, a restare in Argentina e a donare i soldi ai poveri.

Ma anche se le sue vesti cambiano e, con esse, il colore dello zucchetto, lui non cambia. È e resterà sempre il “prete dei poveri”, l’uomo che non ha paura di confrontarsi con le istituzioni per difendere la dignità umana, dando voce a chi non ne ha.

Una storia al fianco degli ultimi del mondo, una storia di carità e grande umiltà, dunque, ma non senza qualche ombra, legata al periodo della dittatura di Videla in Argentina. Il “lato oscuro” di Jorge Mario Bargoglio emerge, infatti, in un libro del giornalista Horacio Verbitsky, “El Silencio: de Paulo VI a Bergoglio: las relaciones secretas de la Iglesia con la ESMA”, in cui Jorge Bergoglio viene accusato di aver favorito il rapimento e le torture di due padri gesuiti considerati “ribelli” dalla Santa Sede. Bergoglio non ha mai dato spiegazioni limpide in merito a questo e ad altri episodi di desaparecidos al tempo della dittatura argentina e le accuse di Verbitsky non sono mai state smentite.

Forse adesso è giunto il momento di rompere questo silenzio, per non assistere mai più a una tragedia simile, per rinnovare l’immagine di una Chiesa che si metta concretamente al fianco degli ultimi? Per cambiare davvero?

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